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Radio Bullets > Un uomo sulla banchina del treno mi guarda senza dire niente [PODCAST]

By 24/11/2016Radio

Ascolta La storia della tua mappa – Un uomo sulla banchina del treno mi guarda senza dire niente” su Spreaker.

Quando glielo paga l’azienda, Jenny prende il volo dal London City Airport. Sta andando a Zurigo per alcune interviste. Saluta Hellen che la abbraccia e le infila qualcosa nella tasca del giubbotto. [continua]

Quando glielo paga l’azienda, Jenny prende il volo dal London City Airport. Sta andando a Zurigo per alcune interviste. Saluta Hellen che la abbraccia e le infila qualcosa nella tasca del giubbotto.
«Mercoledì ci andiamo», dice soltanto. Jenny è già sulla metro quando mette la mano in tasca e tira fuori il biglietto di un concerto. James Blake a Brixton. Quanto l’hanno ascoltato quando fuori pioveva e il divano rosso sembrava così caldo?
A Zurigo trascina il trolley fuori dalla stazione e si ferma all’Hiltl per un’insalata e un succo. Resta un po’ a chiacchierare con la barista e la saluta con i suoi occhi verdi. Comincia il lavoro di interviste ai degenti dell’ospedale. Fa tante domande, sta un’oretta con ognuno e loro, all’inizio restii, la abbracciano quando se ne va. Come vivono i pazienti la degenza in ospedale? In quale modo l’ospedale può migliorare quell’attesa? Che cosa manca? Che cosa eccede? La sera legge un libro sull’auto-miglioramento seduta sul tuo tatami in albergo. Dopo tre giorni è pronta per tornare. Mentre sta rifacendo la valigia, prenota un Uber. Arriva fra cinque minuti. Scende e l’odore in ascensore è un po’ sgradevole. Sale in auto.
«Hallo, zum Bahnhof, Danke». Jenny è cresciuta nell’industriale Hannover, forse anche per questo appena può prendersi un po’ di ferie unisce yoga e surf. L’ultima volta in Venezuela.
«Hai presente il posto che hai sempre cercato?», dice, «è lì».
Ma quel mercoledì a Zurigo, verso la stazione dei treni che la porterà in aeroporto, un ragazzo decide di farla finita e si lancia sotto un camion. La coda che si forma in città è interminabile. Il tassista cerca un’alternativa ma perde ancora più tempo. Lei che è sempre in anticipo, si trova imbottigliata nel traffico della capitale svizzera. Se perde il treno perde l’aereo, se perde l’aereo deve aspettare il giorno dopo. E a casa, a Londra, vicino ai London Fields, la aspetta Hellen per il concerto della sera stessa.
Scende dal taxi e corre. Il trolley si agita sul marciapiede e Jenny raggiunge la stazione sudata e ansimante. Il treno è in partenza e lei e si affanna per raggiungerlo, ma quando sta salendo gli scalini verso la banchina vede un uomo. Un indiano sui sessanta, la barba lunga e gli occhi fissi su di lei.
«Non ho mai visto una persona più consapevole di se stessa in vita mia», dice. Stanno così forse per un minuto, non se lo ricorda. Le porte si chiudono, il treno parte, e lei resta lì.
«Ciao», le dice l’uomo.
«Ciao», risponde lei.
Parlano per una decina di minuti. Lei ancora con la mano sul trolley e i capelli arruffati.
«Puoi venire a casa mia se vuoi», dice l’uomo.
Lei lo segue camminando piano. Ha dimenticato tutto il resto, l’aereo, il report delle interviste da fare, il concerto.
«L’unica cosa che non ho dimenticato è me stessa», dice mentre beviamo una birra al Jugged Hare, il pub buio all’angolo del Barbican Center.
Jenny sta tutto il pomeriggio a casa di quell’uomo a meditare, bere tè, fare yoga.
«Torna quando vuoi», le fa lui.
Tornata a Londra racconta tutto a Hellen, che ci rimane un po’ male perché non è andata al concerto ma dura poco perché la storia le trasmette tanta energia che resta semplicemente ad ascoltarla, sedute sul divano rosso con un tè bollente in mano e le sue labbra nascoste dal fumo che sale sinuoso dalla tazza.
«E’ proprio quando non lo cerchi che arriva», dice Jenny.
«Il tuo mentore?», chiede Hellen.
«Il tuo momento».
Ma Jenny non fa altro che pensare a quell’uomo. Propone ad Hellen di andare a Zurigo ma lei non può prendersi ferie adesso e le dice “vai tu”.
E così fa. Parte venerdì sera con uno zaino, aspetta il sabato mattina per tornare in quella casa, suonare e passare ancora qualche ora con quell’uomo. Tarda un po’ seduta all’Hiltl. Una coppia si sta baciando all’altro tavolo.
Ci mette un po’ a raggiungere il campanello di quella casa perché l’altra volta aveva camminato come in un sogno, ma finalmente la riconosce. Si schiarisce la voce, le scappa una risata, poi suona.
Le apre una donna in vestaglia e ciabatte. E’ sabato mattina, le dieci circa, e non aspetta visite.
«Buongiorno», dice Jenny un po’ imbarazzata, «cercavo…»
Ma la donna le dice che lì non c’è nessun indiano, ci abita lei con il figlio.
«Viviamo qui da due anni», e le sbatte la porta in faccia.
Jenny gira per Zurigo convinta di aver sbagliato indirizzo. Torna in stazione, ci sta un paio d’ore camminando in lungo e in largo per le banchine. Il giorno dopo torna a Londra.
«Non credi che se lo vogliamo, possiamo vedere quello che succederà, camminare già sul futuro?», lo dice Elisabeth che ci ha raggiunto al pub. Sono appena arrivate le patatine e le olive greche. «Quell’uomo non è mai esistito», continua, «tu lo volevi vedere e l’hai visto. Forse un giorno lo vedrai davvero».
Restiamo così con quelle parole dette nella confusione del Jagged Hale, seduti sull’autobus che ci riporta a Hackney. Fuori ancora la sottile pioggia della buona notte londinese.
Oggi Jenny continua a fare interviste, viaggia dal London City Airport verso le capitali europee e sta diventando insegnante di yoga. Hellen è partita per il Sudafrica e sta risalendo verso il Kenya in un viaggio di due mesi in tenda. Ha scritto una lunga mail su un signore sulla sessantina che li ha raggiunti. Si è unito a loro, non parla quasi mai e passa ore a preparare il tè nella sua tenda. Una sera ha invitato Hellen e lei rideva stupita perché quello era proprio lo stesso tè australiano che si trova solo a Brisbane, dov’è cresciuta.
«Torna quando vuoi», le ha detto l’uomo.

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