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ALESSIO

Radio Bullets > Così nasce il Jazz

By | Radio

La memoria è un racconto e come ogni racconto si sviluppa nel tempo per garantire la sicurezza della sua incoerenza.

Ascolta La storia della tua mappa – Un bambino, una cornetta, un pistone rotto. Così nasce il Jazz” su Spreaker.

A New Orleans il giorno è appiccicoso, un battello fa girare la sua ruota rossa su un Mississipi così stranamente denso. Un bambino è fermo di fronte ad un carretto a fissare un pezzo di latta luccicante. Si guarda attorno e con una mossa felina lo prende e scappa.

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Radio Bullets > Ognuno ha la propria forma di meditazione

By | Radio

Podcast per Radio Bullets > Ognuno ha la propria forma di meditazione

Ascolta La storia delle tua mappa – Ognuno ha la propria forma di meditazione” su Spreaker.

Ognuno ha la propria forma di meditazione. Lo diceva sempre Katriina, finlandese di Kokkola, in quell’occidente di Finlandia in cui si parla ancora svedese e al supermercato comperi i salmiakki, liquirizie salatissime.

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Radio Bullets > Day a Peschici rincorre il suo dubbio

By | Radio

Podcast per Radio Bullets del 26 settembre 2016

A Peschici Day rincorre il suo dubbio

Infila la mano dentro ad una scatola e ne estrae un pennello. Lo inzuppa in un barattolo e lo alza guardandone da vicino la testa incappucciata di azzurro. Continua a dipingere la sua tela. Day è un pittore che vive a Peschici, nel Gargano, e ci vive perché a Peschici la luce non sbatte contro le cose ma ci si appoggia sopra. E i suoi quadri disegnano orizzonti sempre indefiniti, mescolati all’acqua. L hai visto Rasho-mon, il film di Kurosawa del 53? Mi chiede. Quel film è tutto un dubbio, tutto un orizzonte. L’orizzonte è come il dubbio, continua, nella vita se non dubiti è come non guardassi lontano.

A Peschici ci è arrivato da Parigi. Figlio di un pittore vietnamita, Day a vent’anni raggiunge l’Italia in autostop. Sono gli anni settanta e poco fuori Siena sale sull’auto di una principessa siciliana, che stava raggiungendo Assisi con la figlia per la giornata della pace. Stanno insieme una settimana e forse si innamorano, questo non lo so.

Poi è A Roma dove inizia a lavorare nel cinema. È abile con le mani, sa tagliare le pellicole e incollarle con una tale precisione e rapidità che i registi di Cinecittà se lo contendono per i seguenti dodici anni. A roma conosce Nina, ungherese, che gli legge la mano e gli ricorda il suo destino, quello del pittore, e vivono insieme fino alla fine degli anni Novanta, quando un giorno Day ritorna a casa e lei non c’è. Non ci sono più le sue cose, niente. Nemmeno lo spazzolino o la tazzina con cui beveva il caffè. E comincia a chiedersi se Nina è mai esistita.

Nei primi duemila Lavora a Matera come proiezionista durante le riprese della Passione di Mel Gibson e decide di chiudere con il cinema perché con le nuove macchine la sua manualità, come dice lui, ormai è malinconica. alcuni amici gli avevano parlato della luce del Gargano e lui ne approfitta per raggiungerlo e percorrerlo in lungo e in largo, in autobus e a piedi, e fermarsi a Peschici, dove trova il suo Rasho-mon, il suo dubbio, quell’orizzonte mescolato in cui il cielo è mare e viceversa.

A Peschici Day ci vive da allora, nel suo studio bianco e azzurro con il wifi dei vicini e il suo accento ancora francese. i miei nuovi compaesani sono come gli isolani, confida, a volte mi accolgono e altre mi accettano. mentre lo dice con i ritagli della carta per acquerelli fa dei gattini che fumano. poi molla tutto e mi prende la mano. gira un pennello e comincia a farlo scivolare lungo le linee della vita, della mente e del cuore. poi apre la sua e distende il pollice a rivelare un linea ad anello. più la linea è marcata, sussurra, e più hai dubitato, sei andato oltre al tuo destino, hai guardato l’orizzonte fino a mescolarlo alla tua volontà.

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Radio Bullets > La magia è solo scienza che non ci siamo ancora spiegati

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La magia è solo scienza che non ci siamo ancora spiegati

La puntata per Radio Bullets del 19 settembre 2016

Questa è la storia diello scrittore Roald Dahl per ricordare i 100 anni dalla nascita

Il destino nel suo nome. Nomen omen. Roald Amudsen è stato un esploratore norvegese che raggiunse il Polo Sud nel 1911, e Harald Dahl, commerciante che aveva perso un braccio in un incidente a 14 anni e, diventato poi ricco, si era spostato a vivere a Parigi dalla Norvegia, diede al suo ultimo figlio proprio il nome dell’avventuriero del Polo Sud, Roald, Roald Dahl. E il piccolo Roald si chiedeva come facesse il padre, con una sola mano, ad allacciarsi le scarpe più velocemente di lui.

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Radio Bullets – Scrivere è lasciare la pentola dell’acqua sul fuoco acceso

By | Radio

Scrivere è lasciare la pentola dell’acqua sul fuoco acceso. Il podcast di lunedì 12 settembre 2016 per Radio Bullets

Scrivere è lasciare la pentola dell’acqua sul fuoco acceso

Diceva di cercare la vita ovunque, anche in un moscerino. Diceva che una fruttivendola il giorno dopo già vendeva i suoi manghi. Diceva di scrivere perché una signora in automobile, un giorno, si fermò a chiedere indicazioni. Sua nonna rispose e la macchina ripartì. Ma dal finestrino aperto lui sentì che la signora chiedeva al compagno come si fa a vivere in un buco simile. E in effetti, non avevano nulla. Un cinema, una biblioteca, un teatro. Niente. Solo la vita.

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Radio Bullets – A Singapore a volte basta condividere una solitudine

By | Radio

Quello con Giacomo è un amore semplice, ma cosa succede quando Gaia smette di farsi domande?

A Singapore a volte basta condividere una solitudine

Quello con Giacomo fu un amore semplice. Parlavano poco ma non serviva dire altro. A Singapore, nella città che non conosci, finalmente tutto è diverso. “Facciamo così”, diceva sempre lui, e a Gaia andava bene, fosse anche solo per condividere una solitudine.

Dopo il primo bacio ci fu un cinema all’aperto, un giro allo zoo, una cena a casa sua e una bottiglia di vino italiano che le aveva spedito suo fratello, e piccole gocce di vino sulla tovaglia, lei le aveva toccate con la punta dell’indice e se l’era messe sul collo ridendo. Lui si aggiustava la cravatta e accendeva una sigaretta goffo come chi l’ha solo visto fare. E una sera, con i coinquilini che se n’erano andati per le vacanze, così vicini che i nasi quasi si toccavano, chiusi piano gli occhi a sentire soltanto il respiro, avevano fatto l’amore per la prima volta.

Al mattino lei lo vide dormire con quel suo broncio di labbra mentre si alzava per preparare il caffè. E così Gaia decise di chiamare suo fratello e raccontargli di come si erano conosciuti, delle smorfie che fa quando guarda un film, dell’impossibilità di cucinare una pasta senza scottarsi quando versa l’acqua bollente, del modo in cui strofina i piedi con i suoi quando dormono, del sentire, forse, amore? E suo fratello, che con lei condivide quel naso all’insù e un certa imprevedibile consapevolezza nei confronti della vita, non diceva niente, ma lei poteva sentire il suo respiro calmo attraverso la cornetta. Andiamo a vivere insieme, aveva detto. Sei sicura? Si. E lui parlava senza fretta dimostrandole ogni volta un affetto antico. (Il padre invece borbottava dalla camera e lei l’aveva sentito bene). 


Facciamo così, disse Giacomo, e così si trasferirono in un piccolo monolocale più alto che largo come una scatola di fiammiferi lunghi lunghi. Il letto stava su e per sdraiarti dovevi scalare pioli di legno e poi strisciare sul materasso. Sotto ci stavano tavolo e due sgabellini a tre gambe, e un piccolo frigo rauco non la smetteva di accendersi e spegnersi. Ogni tanto faceva visita una blatta e lei la scacciava con uno spray rosso e giallo ma subito erano costretti ad uscire perché non si respirava più.

Ad una bancarella del centro commerciale sotterraneo avevano comprato decine di film e li guardavano sdraiati sul letto schiacciati dal soffitto con la testa piegata che sembravano due chiodi battuti storti. E in quelle sere lei lo guardava e seguiva le sue smorfie cercando di collegarle alle sequenze delle storie e aveva capito che quando un personaggio si sentiva braccato, lui stringeva forte le labbra; quando moriva un parente del protagonista, lui sbatteva ripetutamente le palpebre; quando due pattinavano sul ghiaccio, lui inspirava col naso, un po’ avvilito dall’umidità equatoriale che a Singapore non ti molla mai.

E i mesi passavano così a rincorrersi da soli in una città da milioni di vite verticali. 
Un giorno, di ritorno da lezione costeggiando la baia, Gaia lo aveva visto seduto su un muretto con una ragazza al suo fianco. Si avvicinò e lui gliela presentò. Diceva che stavano lavorando ad un progetto cinematografico da portare ad un’azienda della città. Gaia non ne sapeva niente e rimase ad ascoltare la ragazza che raccontava tutta la storia che avevano in mente, e lui era eccitato e alla fine disse trionfante “e poi facciamo così!”, ma così lei non l’aveva mai visto e si sentiva fuori posto ma scacciava il pensiero con tante domande.

A casa non chiese altro, cucinò dim-sum come piacevano a lui e girandosi per dirglielo lo vide al computer e pensò che quello con Giacomo era un amore semplice, e allora dopo cena si arrampicò sul letto e guardò le nuvole pesanti e gonfie. Va a piovere, disse.

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Corriere.it > Telefonini e tablet revisionati, così si risparmia e non si inquina

By | Articoli

Tre apparecchi elettronici su quattro sono destinati a discariche africane abusive (fonte: Tragedie Electronique), con il fenomeno del ricondizionato gli apparecchi usati tornano a nuova vita. Back Market, startup francese nata due anni fa e che conta oggi una trentina di dipendenti, parte dalla Francia per allargarsi in tutta Europa, da poche settimane anche in Italia. Ma il limite è anche semantico: diffondere il significato del termine “ricondizionato”.

Ne scrivo su Corriere Innovazione > http://corriereinnovazione.corriere.it/2016/08/31/telefonini-tablet-revisionati-cosi-si-risparmia-non-si-inquina-6a368cda-6f82-11e6-856e-2cdca5568f05.shtml

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Radio Bullets – Camminare senza scarpe fa parlare di più con le persone?

By | Radio

Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 23 08 2016 per Radio Bullets

Camminare senza scarpe fa parlare di più con le persone. Oppure le allontana? Ho conosciuto Bashir un giorno di vento alle pendici del monte Catria.

Se prendi l’autobus e sali dal Conero, nelle narici si infila lo iodio del mare prima, poi lo zolfo dell’entroterra, ricordo della miniera chiusa da anni, e sui campi, dice un contadino seduto più in là, non serviva fare alcun trattamento che il vento si arrangiava, e infine un odore di ferro e fuo ri dal finestrino il suolo rossiccio e farinoso.

Saliti verso il monte, l’autobus si ferma all’eremo di fonte avellana, una piccola basilica. E nel sentiero che parte dall’eremo verso il bosco incontro Bashir e Bashir non ha scarpe e allora mi avvicino e non dico niente.

Lui sta tagliando con un piccolo coltello una pianta che scopro poi essere una genziana con cui si fa un infuso che aggiusta qualsiasi stomaco guasto, “ma l’infuso – dice – lo fai con la radice per cui il fiore puoi pure rimpiantarlo che crescerà”. Questo me l’ha detto lui, Bashir, colui che porta le buone notizie, aggiunge, e che buona notizia porti? Lui non risponde.

Non riesco a fare a meno di guardargli i piedi scalzi e ad un certo punto gli chiedo se camminare senza scarpe fa parlare di più con le persone, l’ho letto in un libro. Lui sta piegato a sradicare quelle piante e ride piano. Si siede e mi guarda con i suoi occhi neri, di anni ne avrà un’ottantina. “Stiamo troppo tempo per aria, dice, stare senza scarpe ci rimette a posto. E poi”, continua, “mi piace sentire il fresco delle foglie sotto i piedi”.

Alla sera torno all’eremo e enteo nella bottega ad acquistare l’amaro alle erbe dei monaci camaldolesi, non si faceva che parlare d’altro nel tragitto dal mare, e un po’ di cioccolata. Rivedo Bashir che cammina sul piazzale. Tiene in mano un sacchetto di plastica azzurro colmo di piante che si intravedono e si avvia verso l’eremo. Chiedo al commesso del negozio chi è quel tizio. Mi dice che è un tipo strano, viene tutte le estati, parte al mattino presto e torna la sera con quel suo sacchetto pieno. Quando arriva con l’autobus ai primi di agosto, scende, si toglie le scarpe e le appende con i lacci ad un albero nel bosco, sempre lo stesso albero. Poi a fine mese va a riprenderle, se le rimette, sale sull’autobus e non lo vediamo per un anno. E cosa ne fa di tutte quelle piante? chiedo. Proprio questo, mi risponde e indica l’amaro alle erbe che sto acquistando.

Sul piazzale lo vedo sparire dentro ad una porta stretta. Il conducente dell’autobus mette in moto, scende e fuma una sigaretta appoggiato al mezzo, fra poco si parte. Corro dentro alla porticina dove ho visto sparire Bashir.

Il buio mi piomba addosso e allungo le mani per cercare di non sbattere contro qualcosa. Un soffio di vento arriva dal lato destro. Lo seguo. Entro in una stanza dove la luce è appena accennata. Vedo Bashir con le ginocchia gomiti mani testa appoggiate ad un tappeto che prega. Il sacchetto aperto pieno di piante al suo fianco. Lascio un libro, il libro dei piedi scalzi che ti fanno parlare con le persone, vicino al sacchetto. Tre Cavalli, Erri de Luca. Mi piaceva la filastrocca in quarta di copertina. Tre anni una siepe, tre siepi un cane, tre cani un cavallo, tre cavalli un uomo, come Bashir.

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Radio Bullets – Perché a volte piove e c’è il sole?

By | Radio

Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 16 08 2016 per Radio Bullets

2016 08 15 RB Lucia

Perché a volte piove e c’è il sole? Se lo chiedeva Lucia appoggiata con i gomiti alla staccionata sbiadita dalle estati. Tommaso, suo fratello, Tommy, era corso a bloccare l’annaffiatoio perché, disse, “tanto piove”.
“Ma c’è pure il sole”, rispose Lucia.
“A volte piove e c’è il sole”, commentò Tommy chiudendo la conversazione e aggiustandosi il largo cappello blu da texano.
“Sembri proprio scemo con quel cappello”, urlò Lucia, e lo credeva veramente, tanto più che quelle non erano praterie ma colline marchigiane, tra Urbino e il mare.
Pioggia e sole non era un evento di poco conto per Lucia. La prima volta che si trovò sotto un acquazzone con gli occhi accecati da raggi così insistenti fu il giorno in cui decise di partire per l’Olanda. Nello studio dove lavorava come architetto, dopo 3 anni di apprendistato a 800 euro al mese, le proposero una collaborazione a 900 euro al mese.
Leggendo la lettera sotto la pioggia, proprio l’inchiostro di quei tre numeri nove zero zero colava piano e lei quasi rise. La seconda volta fu quando incontrò Anne.
Beveva un caffè in un bar di Utrecht leggendo distrattamente un libro di Julian Barnes e guardando due che giocavano a scacchi e Anne entrò fradicia ma illuminata da un raggio furtivo dalla finestra.
Eppure quel giorno di agosto inoltrato, appoggiata con i gomiti alla staccionata sotto la pioggia, non successe nulla. Di interessante c’era solo quello stupido cappello blu.
Potrei fare una torta, disse tra sé e sé correndo verso casa e pensò all’agosto precedente, in cucina con Anne a impastare.
Erano scese in auto e dopo la riviera romagnola, uscite dall’autostrada a Fano, svoltato verso l’entroterra e superato Fossombrone per raggiungere Fratterosa, dove fanno la pasta con la farina di fave, Anne vedendo l’ombra di una nuvola inghiottire rapidamente una collina intera disse: “le Marche sono già intime”, con quella semplice profondità di dire le cose vere che hanno solo i nordici.
Ad agosto nelle Marche le sere si affievoliscono lentamente in notti senza stelle. Suo padre fumava la pipa guardando il buio. Lucia lo osservava da dietro, una nube di fumo, poco più. Poi parló:
“Domani andiamo a trovare Daniele”.
Andare a trovare Daniele, il vicino pastore che faceva il formaggio, nel loro codice significava che lui sperava restasse ancora un po’.
Ma Lucia aveva già comprato il biglietto, e al gate suo padre la guardava con quella faccia che sembra un canyon stringendo con i denti la pipa spenta, per poi togliersela di bocca e salutare alzandola.
Ad Amsterdam Lucia aspettava seduta su una poltrona grigia dallo schienale largo. Di fronte una statua di bronzo rendeva omaggio al commesso viaggiatore, un uomo sulla cinquantina che corre a prendere il prossimo aereo con una ventiquattrore che è sempre stata fuori moda. Vide Anne arrivare con il suo vestito a grandi fiori gialli su sfondo blu. Guardò fuori dalle finestre dell’aeroporto. Sotto una pioggia azzurrognola il sole illuminava la strada.

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Radio Bullets – Giulia sa che i fiumi portano via le cose

By | Radio

Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 08 08 2016 per Radio Bullets

Parlava delicatamente, muoveva le mani delicatamente, camminava in modo talmente delicato che ad ogni passo i suoi piedi facevano un suono sordo quasi inconsistente come quando si getta una carta da gioco sul tavolo.

Si chiamava Giulia e aveva deciso di lasciare Ferrara per Milano. Suo padre era contrario. Lavorava nel reparto ustionati del vicino ospedale e in casa, nonostante le docce a strofinarsi alacremente con il sapone liquido alla lavanda indiana che sua moglie gli prendeva al mercato alla bancarella della Ida, diffondeva sempre un odore di bruciacchiato. La madre invece, con il suo viso impallidito dagli anni allo sportello del Caf e i folti capelli raccolti da una molletta di avorio intarsiato ricordo di un’estate di vento a Capri sul finire degli anni 70, la incoraggiava perché “il tempo scorre incessante come l’acqua” ripeteva mentre il marito e la figlia sbuffavano in silenzio. Ma l’acqua le mancava davvero a Milano perché è faticoso vivere in una città senza fiume. Le città senza fiumi sono incomplete.

A Milano Giulia lavorò per due anni come illustratrice. Seduta alla sua scrivania, se ti capitava di passarci accanto e sbirciare le sue illustrazioni, non capivi bene se quelli erano petali di anemone o una tempesta in mare e proprio in quel momento lei prendeva la matita 8B e segnava i contorni con tutta la forza che aveva in corpo e ne usciva a volte un fiore, altre un nubifragio. A Milano conobbe Tim e con lui le cene alle sette guardando fuori dalla finestra i mattoni ocra delle case di fronte passavano svelte come le serie tv su Netflix.

Ma lo scorso agosto, tornata a Ferrara per raccogliere fiori di sambuco, cuocerli, filtrarne il succo porpora, mescolarlo all’amido e usarlo come colore per alcune stampe di anemoni giganti su vestiti di cotone bianco, tra un ramo fucsia e l’altro rivide un suo ex, Marco. E Marco non si trovava soltanto nella stessa pianta a raccogliere fiori di sambuco, ma negli stessi trentacinque anni che non sono mai stati tanto indecisi, di un’indecisione che è diventata un’abitudine.

Le si avvicinò piano appoggiando la punta del piede su un ramo scricchiolante ma delicatamente e in modo così familiare e le sussurrò “l’indecisione, come l’alba, bisogna abituarsi a sentirla”. Giulia fece di si con la testa e tornando a casa si fermò a guardare il Po. Non ci torno a Milano perché ho bisogno di te, disse. Il fiume porta via le cose.

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Radio Bullets – Griselda che sonnecchia nella polvere

By | Radio

Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 01 08 2016 per Radio Bullets

Cosa faresti se non avessi paura?

È questa la domanda che si faceva Griselda tutte le domeniche verso il tardo pomeriggio, quando il sole aveva bruciato un’altra settimana dei suoi trentacinque anni e lei si alzava da tavola mentre la nonna sonnecchiava nella polvere, i parenti versavano un altro giro di Mezcal e suo padre Alvaro le chiedeva dove stesse andando.
Dove vai?
Fuori.
E fuori c’era la pianura di Parral, Messico, la città dove è stato assassinato il generale Pancho Villa, dopo che il grido Viva Villa! sancì una scarica di proiettili sulla sua automobile. A Parral la luna che sbuca dalle montagne della sierra madre a volte è talmente sfacciata che ti permette di leggere il giornale di notte. Ma non quella notte, e Griselda camminava al buio verso il centro assonnato della città e continuava a ripetersi la stessa domanda: cosa faresti se non avessi paura?
Un lavoro ce l’aveva, il padre ingegnere aveva avviato un’azienda di estrazione mineraria negli anni 90, una trentina di dipendenti, tanti camion che andavano avanti e indietro, operai sempre coperti di sabbia che sembravano impanati e un contratto quadro con il governo. Lei lo seguiva ovunque. Ma voleva continuare a studiare. Andare negli Stati Uniti, a El Paso in Texas come aveva fatto Miguel, che ora lavorava a Washington e quando tornava a Parral a lei non colpivano i vestiti color pastello un po’ larghi e senza forma come fossero disegnati da un bambino (vestono così gli americani? Si chiedeva), né il suo nuovo modo di parlare accentuando di sarcasmo la fine delle frasi (parlano così gli americani? Si chiedeva). No, a lei colpiva la consapevolezza, ogni volta, di volersene andare con lui. Quando parti?
Domani.
Mi porti con te?
E tuo padre?
Suo padre la stava aspettando a casa. Aveva perso la moglie sei anni prima, Griselda si era da poco laureata in economia. Un incidente in auto. Guidava lui.
Aprì la porta di casa e lo vide dormire sulla poltrona a quadri rossi e arancioni. I suoi baffi ispidi e la testa leggermente piegata. Stette un attimo a guardarlo. Cosa faresti ne non avessi paura?

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