Corriere.it > Tutto il meglio di CosmoBike Verona

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CosmoBike, al suo secondo appuntamento, si conferma la più importante fiera della bici in Italia. In corso dal 16 al 19 settembre, dieci schede con i prodotti presentati più innovativi

Su Corriere Innovazione > http://corriereinnovazione.corriere.it/cards/pista-asfalto-sterrato-una-sola-bici-tutto-meglio-cosmobike-verona/bici-tutte-stagioni_principale.shtml

Radio Bullets > La magia è solo scienza che non ci siamo ancora spiegati

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La magia è solo scienza che non ci siamo ancora spiegati

La puntata per Radio Bullets del 19 settembre 2016

Questa è la storia diello scrittore Roald Dahl per ricordare i 100 anni dalla nascita

Il destino nel suo nome. Nomen omen. Roald Amudsen è stato un esploratore norvegese che raggiunse il Polo Sud nel 1911, e Harald Dahl, commerciante che aveva perso un braccio in un incidente a 14 anni e, diventato poi ricco, si era spostato a vivere a Parigi dalla Norvegia, diede al suo ultimo figlio proprio il nome dell’avventuriero del Polo Sud, Roald, Roald Dahl. E il piccolo Roald si chiedeva come facesse il padre, con una sola mano, ad allacciarsi le scarpe più velocemente di lui.

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Radio Bullets – Scrivere è lasciare la pentola dell’acqua sul fuoco acceso

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Scrivere è lasciare la pentola dell’acqua sul fuoco acceso. Il podcast di lunedì 12 settembre 2016 per Radio Bullets

Scrivere è lasciare la pentola dell’acqua sul fuoco acceso

Diceva di cercare la vita ovunque, anche in un moscerino. Diceva che una fruttivendola il giorno dopo già vendeva i suoi manghi. Diceva di scrivere perché una signora in automobile, un giorno, si fermò a chiedere indicazioni. Sua nonna rispose e la macchina ripartì. Ma dal finestrino aperto lui sentì che la signora chiedeva al compagno come si fa a vivere in un buco simile. E in effetti, non avevano nulla. Un cinema, una biblioteca, un teatro. Niente. Solo la vita.

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Radio Bullets – A Singapore a volte basta condividere una solitudine

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Quello con Giacomo è un amore semplice, ma cosa succede quando Gaia smette di farsi domande?

A Singapore a volte basta condividere una solitudine

Quello con Giacomo fu un amore semplice. Parlavano poco ma non serviva dire altro. A Singapore, nella città che non conosci, finalmente tutto è diverso. “Facciamo così”, diceva sempre lui, e a Gaia andava bene, fosse anche solo per condividere una solitudine.

Dopo il primo bacio ci fu un cinema all’aperto, un giro allo zoo, una cena a casa sua e una bottiglia di vino italiano che le aveva spedito suo fratello, e piccole gocce di vino sulla tovaglia, lei le aveva toccate con la punta dell’indice e se l’era messe sul collo ridendo. Lui si aggiustava la cravatta e accendeva una sigaretta goffo come chi l’ha solo visto fare. E una sera, con i coinquilini che se n’erano andati per le vacanze, così vicini che i nasi quasi si toccavano, chiusi piano gli occhi a sentire soltanto il respiro, avevano fatto l’amore per la prima volta.

Al mattino lei lo vide dormire con quel suo broncio di labbra mentre si alzava per preparare il caffè. E così Gaia decise di chiamare suo fratello e raccontargli di come si erano conosciuti, delle smorfie che fa quando guarda un film, dell’impossibilità di cucinare una pasta senza scottarsi quando versa l’acqua bollente, del modo in cui strofina i piedi con i suoi quando dormono, del sentire, forse, amore? E suo fratello, che con lei condivide quel naso all’insù e un certa imprevedibile consapevolezza nei confronti della vita, non diceva niente, ma lei poteva sentire il suo respiro calmo attraverso la cornetta. Andiamo a vivere insieme, aveva detto. Sei sicura? Si. E lui parlava senza fretta dimostrandole ogni volta un affetto antico. (Il padre invece borbottava dalla camera e lei l’aveva sentito bene). 


Facciamo così, disse Giacomo, e così si trasferirono in un piccolo monolocale più alto che largo come una scatola di fiammiferi lunghi lunghi. Il letto stava su e per sdraiarti dovevi scalare pioli di legno e poi strisciare sul materasso. Sotto ci stavano tavolo e due sgabellini a tre gambe, e un piccolo frigo rauco non la smetteva di accendersi e spegnersi. Ogni tanto faceva visita una blatta e lei la scacciava con uno spray rosso e giallo ma subito erano costretti ad uscire perché non si respirava più.

Ad una bancarella del centro commerciale sotterraneo avevano comprato decine di film e li guardavano sdraiati sul letto schiacciati dal soffitto con la testa piegata che sembravano due chiodi battuti storti. E in quelle sere lei lo guardava e seguiva le sue smorfie cercando di collegarle alle sequenze delle storie e aveva capito che quando un personaggio si sentiva braccato, lui stringeva forte le labbra; quando moriva un parente del protagonista, lui sbatteva ripetutamente le palpebre; quando due pattinavano sul ghiaccio, lui inspirava col naso, un po’ avvilito dall’umidità equatoriale che a Singapore non ti molla mai.

E i mesi passavano così a rincorrersi da soli in una città da milioni di vite verticali. 
Un giorno, di ritorno da lezione costeggiando la baia, Gaia lo aveva visto seduto su un muretto con una ragazza al suo fianco. Si avvicinò e lui gliela presentò. Diceva che stavano lavorando ad un progetto cinematografico da portare ad un’azienda della città. Gaia non ne sapeva niente e rimase ad ascoltare la ragazza che raccontava tutta la storia che avevano in mente, e lui era eccitato e alla fine disse trionfante “e poi facciamo così!”, ma così lei non l’aveva mai visto e si sentiva fuori posto ma scacciava il pensiero con tante domande.

A casa non chiese altro, cucinò dim-sum come piacevano a lui e girandosi per dirglielo lo vide al computer e pensò che quello con Giacomo era un amore semplice, e allora dopo cena si arrampicò sul letto e guardò le nuvole pesanti e gonfie. Va a piovere, disse.

Corriere.it > Telefonini e tablet revisionati, così si risparmia e non si inquina

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Tre apparecchi elettronici su quattro sono destinati a discariche africane abusive (fonte: Tragedie Electronique), con il fenomeno del ricondizionato gli apparecchi usati tornano a nuova vita. Back Market, startup francese nata due anni fa e che conta oggi una trentina di dipendenti, parte dalla Francia per allargarsi in tutta Europa, da poche settimane anche in Italia. Ma il limite è anche semantico: diffondere il significato del termine “ricondizionato”.

Ne scrivo su Corriere Innovazione > http://corriereinnovazione.corriere.it/2016/08/31/telefonini-tablet-revisionati-cosi-si-risparmia-non-si-inquina-6a368cda-6f82-11e6-856e-2cdca5568f05.shtml

Radio Bullets – Camminare senza scarpe fa parlare di più con le persone?

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Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 23 08 2016 per Radio Bullets

Camminare senza scarpe fa parlare di più con le persone. Oppure le allontana? Ho conosciuto Bashir un giorno di vento alle pendici del monte Catria.

Se prendi l’autobus e sali dal Conero, nelle narici si infila lo iodio del mare prima, poi lo zolfo dell’entroterra, ricordo della miniera chiusa da anni, e sui campi, dice un contadino seduto più in là, non serviva fare alcun trattamento che il vento si arrangiava, e infine un odore di ferro e fuo ri dal finestrino il suolo rossiccio e farinoso.

Saliti verso il monte, l’autobus si ferma all’eremo di fonte avellana, una piccola basilica. E nel sentiero che parte dall’eremo verso il bosco incontro Bashir e Bashir non ha scarpe e allora mi avvicino e non dico niente.

Lui sta tagliando con un piccolo coltello una pianta che scopro poi essere una genziana con cui si fa un infuso che aggiusta qualsiasi stomaco guasto, “ma l’infuso – dice – lo fai con la radice per cui il fiore puoi pure rimpiantarlo che crescerà”. Questo me l’ha detto lui, Bashir, colui che porta le buone notizie, aggiunge, e che buona notizia porti? Lui non risponde.

Non riesco a fare a meno di guardargli i piedi scalzi e ad un certo punto gli chiedo se camminare senza scarpe fa parlare di più con le persone, l’ho letto in un libro. Lui sta piegato a sradicare quelle piante e ride piano. Si siede e mi guarda con i suoi occhi neri, di anni ne avrà un’ottantina. “Stiamo troppo tempo per aria, dice, stare senza scarpe ci rimette a posto. E poi”, continua, “mi piace sentire il fresco delle foglie sotto i piedi”.

Alla sera torno all’eremo e enteo nella bottega ad acquistare l’amaro alle erbe dei monaci camaldolesi, non si faceva che parlare d’altro nel tragitto dal mare, e un po’ di cioccolata. Rivedo Bashir che cammina sul piazzale. Tiene in mano un sacchetto di plastica azzurro colmo di piante che si intravedono e si avvia verso l’eremo. Chiedo al commesso del negozio chi è quel tizio. Mi dice che è un tipo strano, viene tutte le estati, parte al mattino presto e torna la sera con quel suo sacchetto pieno. Quando arriva con l’autobus ai primi di agosto, scende, si toglie le scarpe e le appende con i lacci ad un albero nel bosco, sempre lo stesso albero. Poi a fine mese va a riprenderle, se le rimette, sale sull’autobus e non lo vediamo per un anno. E cosa ne fa di tutte quelle piante? chiedo. Proprio questo, mi risponde e indica l’amaro alle erbe che sto acquistando.

Sul piazzale lo vedo sparire dentro ad una porta stretta. Il conducente dell’autobus mette in moto, scende e fuma una sigaretta appoggiato al mezzo, fra poco si parte. Corro dentro alla porticina dove ho visto sparire Bashir.

Il buio mi piomba addosso e allungo le mani per cercare di non sbattere contro qualcosa. Un soffio di vento arriva dal lato destro. Lo seguo. Entro in una stanza dove la luce è appena accennata. Vedo Bashir con le ginocchia gomiti mani testa appoggiate ad un tappeto che prega. Il sacchetto aperto pieno di piante al suo fianco. Lascio un libro, il libro dei piedi scalzi che ti fanno parlare con le persone, vicino al sacchetto. Tre Cavalli, Erri de Luca. Mi piaceva la filastrocca in quarta di copertina. Tre anni una siepe, tre siepi un cane, tre cani un cavallo, tre cavalli un uomo, come Bashir.

Radio Bullets – Perché a volte piove e c’è il sole?

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Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 16 08 2016 per Radio Bullets

2016 08 15 RB Lucia

Perché a volte piove e c’è il sole? Se lo chiedeva Lucia appoggiata con i gomiti alla staccionata sbiadita dalle estati. Tommaso, suo fratello, Tommy, era corso a bloccare l’annaffiatoio perché, disse, “tanto piove”.
“Ma c’è pure il sole”, rispose Lucia.
“A volte piove e c’è il sole”, commentò Tommy chiudendo la conversazione e aggiustandosi il largo cappello blu da texano.
“Sembri proprio scemo con quel cappello”, urlò Lucia, e lo credeva veramente, tanto più che quelle non erano praterie ma colline marchigiane, tra Urbino e il mare.
Pioggia e sole non era un evento di poco conto per Lucia. La prima volta che si trovò sotto un acquazzone con gli occhi accecati da raggi così insistenti fu il giorno in cui decise di partire per l’Olanda. Nello studio dove lavorava come architetto, dopo 3 anni di apprendistato a 800 euro al mese, le proposero una collaborazione a 900 euro al mese.
Leggendo la lettera sotto la pioggia, proprio l’inchiostro di quei tre numeri nove zero zero colava piano e lei quasi rise. La seconda volta fu quando incontrò Anne.
Beveva un caffè in un bar di Utrecht leggendo distrattamente un libro di Julian Barnes e guardando due che giocavano a scacchi e Anne entrò fradicia ma illuminata da un raggio furtivo dalla finestra.
Eppure quel giorno di agosto inoltrato, appoggiata con i gomiti alla staccionata sotto la pioggia, non successe nulla. Di interessante c’era solo quello stupido cappello blu.
Potrei fare una torta, disse tra sé e sé correndo verso casa e pensò all’agosto precedente, in cucina con Anne a impastare.
Erano scese in auto e dopo la riviera romagnola, uscite dall’autostrada a Fano, svoltato verso l’entroterra e superato Fossombrone per raggiungere Fratterosa, dove fanno la pasta con la farina di fave, Anne vedendo l’ombra di una nuvola inghiottire rapidamente una collina intera disse: “le Marche sono già intime”, con quella semplice profondità di dire le cose vere che hanno solo i nordici.
Ad agosto nelle Marche le sere si affievoliscono lentamente in notti senza stelle. Suo padre fumava la pipa guardando il buio. Lucia lo osservava da dietro, una nube di fumo, poco più. Poi parló:
“Domani andiamo a trovare Daniele”.
Andare a trovare Daniele, il vicino pastore che faceva il formaggio, nel loro codice significava che lui sperava restasse ancora un po’.
Ma Lucia aveva già comprato il biglietto, e al gate suo padre la guardava con quella faccia che sembra un canyon stringendo con i denti la pipa spenta, per poi togliersela di bocca e salutare alzandola.
Ad Amsterdam Lucia aspettava seduta su una poltrona grigia dallo schienale largo. Di fronte una statua di bronzo rendeva omaggio al commesso viaggiatore, un uomo sulla cinquantina che corre a prendere il prossimo aereo con una ventiquattrore che è sempre stata fuori moda. Vide Anne arrivare con il suo vestito a grandi fiori gialli su sfondo blu. Guardò fuori dalle finestre dell’aeroporto. Sotto una pioggia azzurrognola il sole illuminava la strada.

Radio Bullets – Giulia sa che i fiumi portano via le cose

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Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 08 08 2016 per Radio Bullets

Parlava delicatamente, muoveva le mani delicatamente, camminava in modo talmente delicato che ad ogni passo i suoi piedi facevano un suono sordo quasi inconsistente come quando si getta una carta da gioco sul tavolo.

Si chiamava Giulia e aveva deciso di lasciare Ferrara per Milano. Suo padre era contrario. Lavorava nel reparto ustionati del vicino ospedale e in casa, nonostante le docce a strofinarsi alacremente con il sapone liquido alla lavanda indiana che sua moglie gli prendeva al mercato alla bancarella della Ida, diffondeva sempre un odore di bruciacchiato. La madre invece, con il suo viso impallidito dagli anni allo sportello del Caf e i folti capelli raccolti da una molletta di avorio intarsiato ricordo di un’estate di vento a Capri sul finire degli anni 70, la incoraggiava perché “il tempo scorre incessante come l’acqua” ripeteva mentre il marito e la figlia sbuffavano in silenzio. Ma l’acqua le mancava davvero a Milano perché è faticoso vivere in una città senza fiume. Le città senza fiumi sono incomplete.

A Milano Giulia lavorò per due anni come illustratrice. Seduta alla sua scrivania, se ti capitava di passarci accanto e sbirciare le sue illustrazioni, non capivi bene se quelli erano petali di anemone o una tempesta in mare e proprio in quel momento lei prendeva la matita 8B e segnava i contorni con tutta la forza che aveva in corpo e ne usciva a volte un fiore, altre un nubifragio. A Milano conobbe Tim e con lui le cene alle sette guardando fuori dalla finestra i mattoni ocra delle case di fronte passavano svelte come le serie tv su Netflix.

Ma lo scorso agosto, tornata a Ferrara per raccogliere fiori di sambuco, cuocerli, filtrarne il succo porpora, mescolarlo all’amido e usarlo come colore per alcune stampe di anemoni giganti su vestiti di cotone bianco, tra un ramo fucsia e l’altro rivide un suo ex, Marco. E Marco non si trovava soltanto nella stessa pianta a raccogliere fiori di sambuco, ma negli stessi trentacinque anni che non sono mai stati tanto indecisi, di un’indecisione che è diventata un’abitudine.

Le si avvicinò piano appoggiando la punta del piede su un ramo scricchiolante ma delicatamente e in modo così familiare e le sussurrò “l’indecisione, come l’alba, bisogna abituarsi a sentirla”. Giulia fece di si con la testa e tornando a casa si fermò a guardare il Po. Non ci torno a Milano perché ho bisogno di te, disse. Il fiume porta via le cose.

Radio Bullets – Griselda che sonnecchia nella polvere

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Il podcast della puntata di La Storia della tua Mappa del 01 08 2016 per Radio Bullets

Cosa faresti se non avessi paura?

È questa la domanda che si faceva Griselda tutte le domeniche verso il tardo pomeriggio, quando il sole aveva bruciato un’altra settimana dei suoi trentacinque anni e lei si alzava da tavola mentre la nonna sonnecchiava nella polvere, i parenti versavano un altro giro di Mezcal e suo padre Alvaro le chiedeva dove stesse andando.
Dove vai?
Fuori.
E fuori c’era la pianura di Parral, Messico, la città dove è stato assassinato il generale Pancho Villa, dopo che il grido Viva Villa! sancì una scarica di proiettili sulla sua automobile. A Parral la luna che sbuca dalle montagne della sierra madre a volte è talmente sfacciata che ti permette di leggere il giornale di notte. Ma non quella notte, e Griselda camminava al buio verso il centro assonnato della città e continuava a ripetersi la stessa domanda: cosa faresti se non avessi paura?
Un lavoro ce l’aveva, il padre ingegnere aveva avviato un’azienda di estrazione mineraria negli anni 90, una trentina di dipendenti, tanti camion che andavano avanti e indietro, operai sempre coperti di sabbia che sembravano impanati e un contratto quadro con il governo. Lei lo seguiva ovunque. Ma voleva continuare a studiare. Andare negli Stati Uniti, a El Paso in Texas come aveva fatto Miguel, che ora lavorava a Washington e quando tornava a Parral a lei non colpivano i vestiti color pastello un po’ larghi e senza forma come fossero disegnati da un bambino (vestono così gli americani? Si chiedeva), né il suo nuovo modo di parlare accentuando di sarcasmo la fine delle frasi (parlano così gli americani? Si chiedeva). No, a lei colpiva la consapevolezza, ogni volta, di volersene andare con lui. Quando parti?
Domani.
Mi porti con te?
E tuo padre?
Suo padre la stava aspettando a casa. Aveva perso la moglie sei anni prima, Griselda si era da poco laureata in economia. Un incidente in auto. Guidava lui.
Aprì la porta di casa e lo vide dormire sulla poltrona a quadri rossi e arancioni. I suoi baffi ispidi e la testa leggermente piegata. Stette un attimo a guardarlo. Cosa faresti ne non avessi paura?

Radio Bullets – Emma, che ha negli occhi una punta di nocciola

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l podcast e il testo della puntata di La storia della tua mappa del 25 07 2016 per Radio Bullets

Emma che negli occhi azzurri ha una punta di nocciola

Emma è convinta che gli amori sinceri possano nascere soltanto d’estate e soltanto in città. Per questo non si muove mai, non va in vacanza, pedala per Verona tra un lavori in corso e le poche auto e incontra le persone che come lei hanno deciso di rimanere.

E la sera va a mangiare angurie in un piccolo bar ma più che bar è un container grigio dai bordi rossi tra il cimitero monumentale, una strada a quattro corsie e un distributore di benzina e gli avventori vanno a pescare nelle vasche d’acqua e ghiaccio grandi fette di cocomeri e le puliscono per bene dei semi con un coltello dalla punta arrotondata con i trucioli di plastica che sbordano dal manico e scacciano le zanzare parlando di quasi niente.

Fino al giorno in cui, al maneggio dove lavora, incontra un uomo con dei bei baffi setosi ma la pelle di cuoio che le chiede di andare a lavorare per tutto il mese di agosto con lui in sicilia, a cefalù, gite turistiche a cavallo tra le meraviglie della trinacria ma solo per olandesi. Ci va e lì conosce Angelo, un ragazzo che di lavoro raccoglie ricci di mare restando sott’acqua per almeno 4 minuti e la gente ogni volta si chiede se è morto o se stia scherzando o se raccolga effettivamente dei ricci, e Angelo si innamora di lei ma non è buono con le parole e allora le prepara la colazione. Tutti i giorni. Cornetto con gelato alla mandorla. Raviola al forno. Cannolo con ricotta. Granita. Panzerottino con crema bianca. Brioche con il tuppo. Graffa con lo zucchero semolato attaccato sopra. Treccia. Iris con crema di pistacchio e mandorle. Succhi. toast. Miele. Pane con panelle e cazzilli. Yogurt.

Un giorno a passeggio sull’Etna, Emma vede un cane zoppicare lì in fondo. Scese da cavallo e gli si avvicina piano. E’ tanto arruffato quanto color delle arance e si fissano per un momento, il momento in cui lei decide che non l’avrebbe più lasciato.

La sera prima di ripartire Angelo, con quella sua bocca sgangerata le dice: rimani.

Glielo dice con i suoi denti tutti storti come se una grande pietra fosse caduta dal cielo sulla tastiera di un pianoforte. La sera è appiccicosa, ma lui sincero. E lei, che negli occhi azzurri ha una punta di nocciola, sorride per non dire nulla.

Poco più tardi, sdraiata a letto leggendo Le piccole virtù, soppesa per buoni cinque minuti questa frase: chissà perché d’un tratto siamo certi che la persona giusta si incontri in villeggiatura d’estate. Fa le valigie, prende il suo cane e salpa per Civitavecchia.

tornata in città il suo cane la segue trottandole dietro mentre lei in bici supera i lavori in corso in smaltimento perché sono già i primi di settembre. Continua a chiedersi perché si fosse convinta un giorno che gli amori sinceri potessero nascere soltanto d’estate e soltanto in città. Natalia Ginzburg non ha ragione, non ha quasi mai ragione. Si ferma e appoggia la bici a terra. Sbuffa, fa un piccola risata e accarezza il suo cane.

Radio Bullets – Sharon che pianifica una fuga

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Il podcast e il testo della puntata di La storia della tua mappa del 18 07 2016 per Radio Bullets

Dove sono nata e dove e come ho vissuto non ha molta importanza. Ciò che conta è quello che ho fatto dei luoghi e dei modi in cui sono vissuta.

Queste parole sono di Georgia O’Keffee, pittrice statunitense che decise di trasferirsi a vivere da New York in un deserto soltanto perché lì sentiva quello che lei stessa chiamava il Sense of Place, il senso, il significato del luogo. Il deserto era quello del New Mexico.

E nel deserto del New Mexico, a Las Cruces, ho incontrato Sharon. La sua è la storia di un’amicizia, una fuga e tante ceramiche.

Sharon a Nairobi a 14 anni per la prima volta incontrò suo padre. Lui viveva a Stoccolma. Si era spostato dal Kenya dopo aver lasciato la famiglia che Sharon aveva meno di due anni. A otto anni la piccola Sharon cominciò a sognarlo. Sogna un padre di cui non aveva visto nemmeno una foto, a parte una vecchia polaroid nascosta tra le cose di sua madre, lui la teneva in braccio, erano davanti casa. Di lui sapeva solo che era un ceramista, e la casa era ancora piena delle sue ceramiche colorate. Lo immaginava buono e generoso, un padre che avrebbe esaudito tutti i suoi desideri e detto di si a tutto ciò che sua madre e il suo patrigno le negavano. A 14 anni il desiderio di incontrarlo diventò una necessità. Si era iscritta ad un liceo artistico per diventare ceramista e un giorno, bevendo un milkshake nel bar sotto casa, Sharon vide sua madre trasalire. Al banco, in piedi, stava il padre biologico di Sharon. Ma “fu il più imbarazzante degli incontri”, così lo descrisse. In quelle due ore Sharon quasi non si mosse. Suo padre era sì generoso e gentile, ma rimaneva un estraneo. L’effetto però fu positivo nei confronti di sua madre, da cui si era allontanata negli ultimi anni. La distanza nei confronti del padre permise per contrappasso un riavvicinamento con sua madre.

Quando il padre di Sharon la salutò, a bar dopo il milkshake, le disse “Ci vediamo Nyambura”. Nyambura è il suo secondo nome, e Lynn, una ragazza in classe con lei e casualmente nel bar, si girò perchè Nyambura è anche il suo secondo nome. Il giorno successivo a quell’incontro Sharon e Lynn risero di questo e alla mensa rifletterono sui loro genitori, sulle severe regole della scuola e per i successivi tre mesi pianificarono una fuga. A maggio Sharon e Lynn scapparono per tre giorni, dormirono da un’amica più grande di Lynn e si avvicinarono al punto da costruire un legame di amicizia mai provato prima. Ma poco dopo Lynn andò al college a New York e per i due anni successivi l’unico loro contatto furono i like alle rispettive foto su Facebook. Ma anche Sharon vinse una borsa di studio per un college negli Stati Uniti e nel New Mexico conobbe Angela, una ragazza messicana che la invitò ad andare con lei a New York a spendere lo spring break e lì, in una città di otto milioni di abitanti e precisamente a Brooklyn nel quartiere di Greenpoint, Sharon vide Lynn uscire da un negozio di vestiti di seconda mano. Due anni più tardi, lo scorso febbraio tornarono insieme a Nairobi dove oggi vivono creando ceramiche che raccontano di loro e dei luoghi dove hanno vissuto.

E allora da Nairobi a New York a Las Cruces cosa importa dove e come si è vissuto, come diceva Georgia O’Keffee, importa ciò che si fa dei luoghi e dei modi in cui si è vissuto. Che siano un’amicizia, una fuga, o delle ceramiche.

Articolo Corriere.it > Sociale: Reverse impresa sociale

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La grande innovazione di Reverse è quella di essere un’impresa sociale che guida il cambiamento locale. Dal carcere alle cooperative, dalle fiere ai quartieri degradati di Verona, Reverse sviluppa progetti usando il design e il recupero di materiali come strumento, e il miglioramento del territorio in cui vive come vettore di cambiamento.

L’articolo su Corriere Sociale:

http://sociale.corriere.it/da-associazione-a-impresa-il-legno-prende-forma-e-restituisce-dignita-video/

Radio Bullets – Alessia che si immerge nelle città

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Radio Bullets – Alessia che si immerge nelle città

Succede a volte che ti trovi in una città e camminando verso il centro scopri che le linee, le forme e i colori assomigliano al tuo stato d’animo.

E ti chiedi se sei tu a prendere la forma della città o se al contrario è la città che si trasforma con te.

E ti perdi in certe vie, o guardi distratto un monumento, o sbirci senza volerlo dentro a finestre aperte di una casa

e ricordi persone che non hai più incontrato, ma che adesso riconosci, coperte semplicemente dall’invisibile velo del tempo, sospese nel momento in cui eravate lì, insieme.

E quella persona, quel ricordo È come se volesse darti qualcosa senza chiedere nulla in cambio, un dono. E tu non puoi fare altro che accettarlo perché è già lí. È già qui.

Alessia era partita da udine per finire l’università a verona. Abitava in un piccolo appartamento e presto al mattino andava a correre nel parco vicino a casa. Presto perché non le andava di incontrare nessuno e correva con la sua tuta adidas rossa lucida, le tre righe giù per sue gambe lunghe. Ci andava due volte la settimana, mi ha detto, e quella mattina proprio non c’aveva voglia, ma era mercoledì e il mercoledì è il giorno dei cinque chilometri. infiló la tuta ma prima fece colazione e furono proprio quei dieci minuti di ritardo che le fecero incontrare lui. Si erano già visti ad una festa, poi a casa di amici, poi al concerto dei sigur ros con gli aerei del vicino aeroporto che sembravano portarsi via quei suoni, poi nell’edicola della stazione e lui le aveva dato la sua copia di internazionale perche erano finite e adesso qui, alle sei di mattina sulle scale di un palazzo

e non poteva fare altro che chiedersi che cosa facesse lui lì. Ma non disse nulla. Nemmeno lui. Non parlarono mai se non una volta, quella volta in stazione, c’era casino, lei non aveva capito bene ma lui disse: anche tu ti stupisci delle cose ovvie?

Alessia non lo vide più, andó a vivere a torino dove trovó un ragazzo e adesso vive con lui e un cane, un bassotto, di cui non so il nome perche nn me l ha detto

Ma a torino le forme dei palazzi e le linee delle strade sono semplici e i colori tenui e quindi è più facile perdersi e immergersi dentro alla città e non c’è da stupirsi se un giorno ad Alessia, al parco di porta palatina con il suo cane, le sembró di vedere lui.

Camminava di spalle, i capelli ricci neri neri. Lei lo guardò e lui si fermò in quel momento. Giró la testa e stette lì, si salutarono con un cenno del capo e la bocca tentó un sorriso, ma credo fosse involontario.

Il bassotto le arrivó addosso con una pallina da tennis in bocca e lei non fece a tempo a rialzare gli occhi che lui non c’era più, solo un filo di vento. Ma a luglio.

Radio Bullets – Camilla che mescola i sogni

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Una donna che entra in una stanza porta con sé tutto il suo passato. La storia di Camilla.

Su Radio Bullets

Una donna che entra in una stanza porta con sé tutto il suo passato. A volte succede. A me è successo. A Copenhagen. Una donna entra con il suo passo spedito, sorride, prende una tazza e la riempie di caffè premendo forte due volte sulla testa nera del thermos, si avvicina e si siede.

Questa donna, Camilla, ha quella sicurezza delicata e tutta svedese di un personaggio di Strindberg. Che mica lo conoscevo Strindberg, è lei che mi ha consigliato di leggere Miss Julie, che affronta la vita con un rasoio.

Camilla entra nella stanza e non puoi dire la differenza tra sogno e veglia perché si mescolano e il frutto è dolce.

Un giorno di dieci anni fa Camilla si sveglia nella sua casa al lago, vicino a Stoccolma. Ha la testa che gira perché ha appena lasciato il sogno più vivido della sua vita.

Un uomo con una camicia azzurra si era ferito un occhio perché da una impalcatura era caduta una chiave inglese che l’aveva colpito. L’uomo stava seduto premendo la mano sull’occhio e Camilla le si avvicina. Lui le dice che sta bene, che non è niente e dall’alto un uomo grida che sta scendendo. Ma Camilla e l’uomo dall’occhio ferito sono già andati via. Quando Camilla si è svelgiata nella sua casa al lago, il sogno era continuato. Rimase a letto per altri minuti seguendo lei e l’uomo ferito lungo le strade di Stoccolma. Decise di scrivere quel sogno su un quaderno.

Un’amica di sua madre le disse un giorno di scrivere tutti i sogni che faceva perché sono la realtà. Più li scrivi e più ti diventeranno utili, le disse. Se li scrivi e tieni traccia della distanza temporale tra il sogno e ciò che accadrà nella realtà, potrai avere la misura della tua predizione.

La notte successiva il sogno continuò. L’uomo dalla camicia azzurra salì nell’auto di Camilla e le disse dove andare. Guidarono per tutto il giorno e l’occhio sembrava già guarito. Alla sera si avvicinarono ad una casa. Camilla si svegliò e scrisse tutto.

La terza notte Camilla sapeva che il sogno sarebbe continuato. Aveva avuto una giornata stressante perché un collega l’aveva raggiunta nella sua casa di vacanza per terminare un lavoro urgente per un cliente americano la cui nave dalla Cina era stata attaccata dai pirati e la merce, migliaia di computer, era andata persa. Molto dopo mezzanotte Camilla si addormentò.

Scesero dall’auto e cominciarono a camminare. Era buio. L’uomo dalla camicia azzurra le prese la mano e Camilla con stupore si trovò nella sua casa al lago, con il suo tavolo e la piccola barca, la sedia a dondolo e il tubo di scolo ancora da riparare. Entrarono e due ragazzi stavano guardando la tivù. Si svegliò. Scrisse tutto e tornò a Stoccolma.

Un anno dopo, era il 10 maggio, Camilla stava andando a prendere sua figlia all’asilo. Erano quasi sei mesi che non si vedeva un sole così e sembrava che tutta la città si fosse riversata sulle strade. Ma Camilla era in ritardo e non riusciva a passare. Prese un’altra via, stretta e all’ombra di alti edifici. Come previsto, non c’era quasi nessuno e Camilla poté accelerare. Ma prima dell’ultima curva trasalì. Sul marciapiede alla sua destra stava seduto un uomo con una camicia azzurra che si teneva l’occhio sanguinante e un altro uomo dall’alto dell’edificio gridava. Camilla scese dall’auto. Sapeva cosa fare.

Quell’uomo invece non sapeva nulla. Non sapeva che Camilla conosceva il suo, il loro destino. Quell’uomo oggi è il padre di due figli di Camilla.

“La differenza fondamentale tra lo stato di veglia e il sonno, dice Borges, risiede nel fatto che l’esperienza onirica è qualcosa che può essere generato, creato da noi. Quando si sta creando una poesia, c’è poca differenza fra essere svegli ed essere addormentati, è come se fossero la stessa cosa”

Università Cattolica > Lezione #10 Storytelling – Lo storyboard

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Università Cattolica – Milano, a.a. 2015/2016, II semestre

Lezione #10 del corso in Storytelling (11 maggio 2016)

Titolo: Lo Storyboard

Agenda:

h15:30-16 Ospite: Luca Mattiucci, Corriere della Sera

h16 – 17 Lo storyboard

h17 – 17:30 Ospiti: Lucrezia Pascale, Giuseppe Guardo, Pietro Nicola Coletta, Scatto Italiano

h17:30 – 18 Workshop: disegna lo storyboard della tua storia

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Articolo Corriere.it > Nuvola del Lavoro: nuove professioni nel mercato del vino

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Un mercato in espansione porta con sé tanti benefici tra cui la creazione di nuove professioni. L’Italia, diventata il primo produttore ed esportatore di vino al mondo, offre esempi di nuovi lavori legati alla tecnologia, alla tradizione, a piccoli singoli passioni che diventano dei business.

Su La Nuvola del Lavoro > http://nuvola.corriere.it/2016/05/06/le-nuove-professioni-del-vino/

Università Cattolica > Lezione #9 Storytelling – Il discorso retorico

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Università Cattolica – Milano, a.a. 2015/2016, II semestre

Lezione #9 del corso in Storytelling del 04 maggio 2016

Titolo: Il discorso retorico

Agenda:

h15:30-16 Ospite: Gaia Segattini

h16 – 17 Il potere del discorso retorico

h17 – 18 Workshop: La narrazione retorica

Vedi e scarica le slide della lezione

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Articolo Corriere.it > Innovazione: TEDxVerona 2016

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Questo è il terzo anno che Francesco Magagnino, Désirée Zucchi e tutti gli altri volontari organizzano il TEDxVerona. Tante storie, alcune davvero di ispirazione. L’aplinista Tamara Lunger sugli ottomila metri d’inverno decide di ascoltare la propria voce e tornare indietro. La danzatrice Simona Atzori racconta come “i limiti sono sono negli occhi di chi ci guarda”. Il professore Giovanni Andrea Prodi ha scoperto il “suono” dei buchi neri. Il rugbysta Mauro Bergamarsco racconta l’amore per lo sport di squadra. Il ricercatore Marco Ceriani parla del cibo del futuro. Il musicista Pasquale Pezzillo racconta il conflitto tra musica e natura. La ricercatrice Linda Avesani spiega come si può curare il diabete di tipo 1 con le piante. Lo speechwriter Simon Lancaster fa la lista dei 6 segreti della retorica. Un articolo “a cartoline” per Corriere Innovazione.

Corriere Innovazione > http://corriereinnovazione.corriere.it/cards/otto-storie/idee-che-meritano-essere-diffuse_principale.shtml

Articolo Corriere.it > Primo Maggio

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Il primo maggio è uscito un articolo corale scritto da dieci collaboratori della Nuvola del Lavoro, il blog di Corriere.it che tratta di lavoro e giovani. Le storie poi sono uscite sul Corriere della Sera, una bellissima pagina di storie di giovani che non mollano e si inventano un lavoro, eccola qui sotto.

La mia storia parla di una coppia, Andrea Giacomelli e Simona Martino, che con Irene Beltrami ha creato Craftabile, un’azienda che produce materiali didattici e giocattoli di matrice montessoriana. Fatti a mano o stampati in 3D.

Corriere.it La Nuvola del Lavoro > Dieci storie di lavoro tra sogni e realtà > http://nuvola.corriere.it/2016/04/30/aspettando-il-primo-maggio/

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Università Cattolica > Lezione #8 Storytelling – La pericolosità delle Grand Narratives

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Università Cattolica – Milano, a.a. 2015/2016, II semestre

Lezione #8 del corso in Storytelling del 27 aprile 2016

Titolo: La pericolosità delle Grand Narratives

Agenda:

h15:30-16 Ospite: Alessia Cerantola, giornalista

h16 – 17 La pericolosità delle Grand Narratives

h17:15 – 17:30 Confronto in aula

h17:30 – 18 Workshop: Dalle storie singole alla molteplicità narrativa

Vedi e scarica le slide della lezione

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Articolo Corriere Sociale > Bees Coop, Enrico de Sanso

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Enrico de Sanso è un romagnolo di Ravenna che a Bruxelles insieme a tre soci ha aperto Bees Coop, un supermercato-cooperativa di prodotti locali e bio in cui i soci sono anche i lavoratori volontari, blocca i margini al 20% e riesce in questo modo a manetenere i prezzi bassi. L’idea nasce da Park Slope Food Corp di Brooklyn, che dal 1973 offre ai suoi 16mila associati prodotti bio e locali ai prezzi più bassi di tutti i supermercati di New York. L’intervista l’abbiamo fatta su skype, guidando verso Milano. La storia me l’ha suggerita Alessandro Spazzoli, una sera bevendo birra, grazie!

Corriere Sociale > http://sociale.corriere.it/bees-coop-supermercato-bio-autogestito-che-condivide-anche-il-software/

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