Mancalacqua
Capitolo 7
A Primo Pasini il contorsionista smilzo (e nudo) il numero del ghiacciolo riuscì alla perfezione. Come aveva fatto? Adesso ve lo racconto.
Proprio prima di tuffarsi, Primo il contorsionista gonfiò un palloncino d’aria, se lo mise dentro la bocca e lo tenne stretto con i denti. Sebbene avesse una incredibile resistenza in apnea, dopo pochi minuti cominciò a respirare l’aria intrappolata nel palloncino. Poco a poco, mentre era sottacqua. Intanto aveva già scavato un altro buco poco più avanti e da lì se ne uscì dopo aver salvato la sua scimmietta Petunia.
Per il freddo? Ah niente, lì proprio si congelò. Restò a letto per quindici giorni prima di riprendersi, il foglietto era andato a metterlo Viola, la sua scimmietta più piccola.
Primo era immerso in quel liquido denso e ricordò il numero del ghiacciolo. Mosse lentamente una mano verso il taschino della sua camicia, ci infilò due dita, estrasse un palloncino e a occhi chiusi lo gonfiò. Poi se lo mise in bocca e lo strinse con i denti. Era salvo per qualche minuto, almeno.
*
«Ti ho detto basta, stupido!»
«Basta tu!»
I due fratelli coltelli continuavano a litigare. Si chiamavano così non solo perché litigavano tutto il tempo, ma perché il loro lavoro era proprio affilare coltelli. Avevano deciso di girare di paese in paese per offrire le loro famose affilature, ma litigavano talmente tanto soltanto per decidere dove sostare con il loro carrettino, che gli affari cominciarono ad andare male.
Arrivavano in un paese e parcheggiavano il carrettino nella piazza. Ma ancora prima di urlare il loro annuncio: “Affilatura magistrale dai fratelli coltelli” (cantato in coro), partiva un litigio.
Forse perché il carretto era posto verso nord quando secondo uno dei due va posto verso sud per il sole che fa luccicare le lame e attira i clienti?
Forse perché la nota più acuta dell’annuncio (la “a” di magistrale) doveva essere cantata in falsetto e uno dei due se lo dimenticava sempre?
Insomma nonostante la loro affilatura godesse del plauso dei nobili e si dice addirittura di un re, gli affari come già detto stavano andando a rotoli.
Chi vuole farsi affilare i coltelli da due che litigano tutto il tempo?
Ma grazie al loro carattere inventivo trovarono una soluzione.
Un giorno uno dei due fratelli propose l’idea.
«Vendiamo il carretto, compriamo un pesce».
«Un pesce?»
«Un pesce».
L’altro fratello non capiva. Il fratello che aveva proposto l’idea diede un libro da leggere al fratello che non capiva. Era la storia di un falegname che finiva dentro la pancia di una pesciotta.
«Mi sembra una storia stupidissima», rispose il fratello che non capiva.
«In questo modo», ribattè l’altro, «nessuno potrà udirci. Affileremo i coltelli nella pancia di un pescione».
«E come facciamo ad entrarci e ad uscirci?»
«Dalla testa. Ho sentito di un pesce mastodontico con un buco in testa».
«E dove si trova?»
«Alla fine del mondo».
Arrivarono alla fine del mondo. Il viaggio durò tre anni. Affilarono coltelli in molti paesi diversi, litigarono lungo fiumi, boschi, città, cantine, chiese. Finché lo trovarono. Fu una sera di nebbia fitta. Il mare era nero. Il pescione mansueto e con un grande occhio rotondo. Si calarono nel buco, calarono pure tutti gli strumenti e partirono.
Ma dopo aver navigato per i mari compresero che affilare le spade ai pirati che incontravano era troppo pericoloso. Inoltre non pagavano mai, solo in rhum, e i fratelli si erano assuefatti al liquido dolciastro che produceva la pesciona. Lo chiamavano zuccotta perché sapeva da zucca cotta.
«Vuoi ancora un po’ di zuccotta?», chiedeva un fratello all’altro
«No, grazie fratellino, ne ho mangiato abbastanza».
Quelli erano gli unici momenti in cui non litigavano.
Abbandonarono i mari e risalirono i fiumi. La vita procedeva tranquilla lungo i fiumi di mezza Europa. I due fratelli trovarono una convivenza pacifica ma un giorno, usciti per prendere le provviste per il nuovo viaggio, uno dei due fratelli si innamorò.
Entrò in una bottega e vide la bottegaia che affilava un coltello con una tale maestria che ne rimase estasiato.
«Che fai, andiamo», disse l’altro fratello.
«Tu vai», rispose,«io resto».
L’altro fratello fece finta di non interessarsene ma in quel momento il suo cuore si ruppe e uscito ringhiando dalla bottega si accorse che una lacrima gli corse giù per il viso duro.
Il giorno dopo stava salpando. La pesciona lo guardò con il suo occhio rotondo, sembrava capirlo. Lui le battè due colpi sulla pancia e le disse: andiamo.
Ma proprio quando il grande pesce mosse la sua enorme pinna, l’altro fratello si infilò nel buco e corse dal suo compagno di avventure.
«Non potrei mai lasciarti solo!», frignò, e si abbracciarono
Fino a che, in una notte calda, lungo un fiume troppo stretto, la pesciona decise di uscire a pelo d’acqua e ammirare la luna piena. I due fratelli dormivano e tutto sembrava tranquillo. Ma la pesciona non sapeva che proprio lì stava appisolata una banda di pescatori. Uno si svegliò. Fece ssshhh a tutti gli altri indicando il pescione. In breve tempo tagliarono la punta di un tronco per fare una lancia, lo issarono sopra le loro spalle e uno, due, tre lo lanciarono con tutta la forza che avevano.
La lancia andò a conficcarsi dentro la pancia del pescione trapassandolo da parte a parte e ferendolo a morte.
La pesciona scappò a tutta velocità lungo quel fiume troppo stretto e le estremità del tronco che sbucavano dall’animale andarono in mille pezzi. E dentro, proprio sopra le teste dei due fratelli, stava il tronco che sembrava la trave di una baita di montagna.
Il pesciotto nuotò e nuotò fino a che non ce la fece più e si arrestò sopra i sassi porosi di un fiume quasi in secca. Ed è lì che era stato trovato dal bambino qualche ora prima.
«Ti ho detto di tirare!»
«No, devi spingere!»
«Tira!»
«Spingi!»
I due fratelli avevano ricominciato a litigare. Stavano cercando di togliere quella trave convinti che fosse il motivo per cui si erano arrestati.